E Poi Ci Sono I Libri Non Letti

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E poi ci sono i libri non letti.
Quelli che finiscono in alto in un armadio, quelli che fanno da spessore tra il mobile e il muro, quelli che restano invenduti nel negozio di un vecchio libraio alcolizzato.

Questo ho incontrato mentre ero alla ricerca di un regalo intelligente per un’amica: in una sera come tante, mentre cerco di scaldarmi le mani sono attratta da uno sbiadito cartello di una sporca vetrina “Libri 2 €”

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La porta è aperta, il freddo è mortale, un panciuto signore mi accoglie con l’alito di vino e uno sguardo sconcertato.
– Cosa cerchi?-
Timidamente rispondo: – Non lo so, un libro?-

Mi guardo intorno.
Centinaia di volumi di diritto penale, codice civile, diritto d’autore.
In mezzo, quasi a volerla soffocare, un romanzo di Danielle Steel mi implora di aiutarlo.

Non me ne voglia, cara Steel, ma a me le sue scogliere di Dover proprio non interessano. Non posso dire di detestarla, come non posso dire di aver mai letto nulla di suo, ma vederla li sotto, braccata come da una morsa infernale tra gli altisonanti libri di diritto, mi ha fatto godere.

Dietro di me, l’Infinito Viaggiare di Magris mi fa l’occhiolino.
Sembra aver colto il mio pensiero e lo approva.
Lo accarezzo. Il vecchio libraio sposta una colonna e mi guarda stupito: – Qui di libri ce ne sono un sacco, basta aver pazienza.-

– Cerco un pò allora – rispondo, nel tentativo di allontanare il suo alito pesante da me.

Le librerie stracolme di carta urlano forte: vogliono essere liberate, chiedono aria e dignità.
Tolgo la polvere da una vecchia collana del Sole 24ore: Pessoa, Roth, Chatwin, Chomsky. Anche Stefano Benni.
Bruno, il libraio, mi guarda arrampicarmi sulla scala per cercare altre perle rare un pò più su.

Ho trovato il reparto “innovazione elettronica”.
– Per quello ti faccio uno sconto – mi sbraita, credo infastidito dalla mia permanenza prolungata.
– Bruno – lo calmo – questi raccontano i floppy disk come supporto innovativo! -.

Non mi capisce e rassegnato cerca un cavatappi: – Beviamo un bicchiere -.
Il vetro è sporco ma dentro c’è del buon Valpolicella.

Guarda i libri che ho poggiato sopra gli altri e mi dice: vabbè per quelli facciamo 10 €.
Non mi convince, ne aggiungo 2, in un’edizione economica della Feltrinelli, di cui non leggo la quarta di copertina ma che regalerò alla mia amica.

“Aggiungimi questi … e anche questo La semantica del dialogo televisivo dalle teche rai.

Propongo 15 € e “Se sapessi quanto lavoro c’è dietro ad un libro” mi dice come per farmi sentire in colpa “dallo scrittore al libraio, che è l’ultimo della catena”
“… e in mezzo ci sono i grafici e gli impaginatori, che non si caga mai nessuno!”

Comprende. Sottoscriviamo il contratto con un cin cin.
Me ne vado. Non so se ho fatto un buon affare ma Bruno ha bisogno di soldi per pagarsi i vizi del bere e della lettura.
Mi piace pensare che sia un avvocato dalle cause perse, che ha riversato la sua conoscenza nei libri di diritto.
Poi il vino ha preso il sopravvento su tutto e la storia è finita in fretta.

Alla mia amica poco avvezza alla lettura regalerò una saliera e un libro dalla libreria di Bruno:
la ricetta perfetta per dare sapore alla vita.

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Laos, terra di montagne e fiumi

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Laos, paese lontano, garbato e sorridente
L’antico regno dei mille elefanti
Terra di montagna e di fiumi
Culla dell’immenso e drammatico Mekong

Meta del nostro viaggio di nozze

Arriviamo a Vientiane, la capitale, dopo un interminabile volo intercontinentale.
Un tempo famosa per le fumerie d’oppio e per i numerosi bordelli, oggi è una capitale anonima e sgangherata che conta circa 260.000 abitanti

L’architettura è una commistione di diversi stili dovuti al susseguirsi di contingenze politiche: edifici sovietici e in stile coloniale francese si confondono con case dalla foggia cinese, costruite con il negozio sulla strada e l’abitazione al piano  superiore.

laos patuxaiIl principale monumento della città, simbolo della nazione è il Pha That Luang è una costruzione religiosa interamente rivestita di lamine d’oro. Fu fatto edificare da qualche imperatore nella seconda metà del 1500 sopra uno stupa del terzo secolo che custodiva i resti dello sterno del Buddha.

Sul lato opposto vigila il Patuxai, una specie di arco di trionfo che campeggia su una sorta di Champs Elysee. Da lontano sembra una struttura interessante ma da vicino è decisamente meno suggestiva.
Dalla sommità dell’arco però si gode un panorama suggestivo di tutta la città.

Al nostro arrivo, il lungo-fiume di Vientiane è completamente in costruzione: quello che era una placida passeggiata per famiglie e fidanzati, ora sarà un altrettanto placida piazza d’armi con cantieri, giardini, giochi d’acqua e baracchini di cibo squisito.

laos vientiane Proseguendo verso sud per circa 20 km, è d’obbligo una visita al Parco del Buddha – Xieng Kuan – un estroso quanto unico giardino a tema religioso.

Fu costruito dalle mani dell’architetto artista sciamano Bunleua nel 1958, che a quel tempo godeva di grande fama e di numerosi seguaci. Le sue opere mescolavano iconografia e mitologia induista al buddismo theravada.

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DSCN3082Prima del sorgere del sole, i giovani bonzi dei monasteri di Luang Prabang escono per la processione dell’elemosina – la questua detta Tak Bat.

 

Raccolgono offerte in cibo e denaro necessarie per il mantenimento del monastero.
La catena arancione è uno spettacolo imperdibile: i cantilenare dei mantra e lo spargimento d’acqua, benedicono i devoti e le loro piccole botteghe.

La vita in Laos è scandita dalla dottrina del buddismo theravada che si fonda sui principi di Sofferenza, caducità e inconsistenza della quotidianità  e sulla collettività:

“se tu non sei felice, nemmeno io lo posso essere”.

La religione è radicata al punto che, durante i bombardamenti americani della guerra del Vietnam, i devoti laotiani non si domandavano quali fossero i motivi della guerra, quanto piuttosto, cosa avessero fatto di male per meritarsi una bomba sulla casa. (si, alcune zone del Laos sono state le più colpite di tutto il conflitto, come dimostra Phonsavan)

A Luang Prabang è possibile visitare il Wat Xieng Thong, il più grande monastero del Paese risalente al 1560 circa. Ogni wat (e disseminati in tutto il Laos ce ne sono davvero tanti) includono il centro monastico, le cappelle di preghiera e gli alloggi per i monaci e i novizi.

La visita dura circa un’ora ed è possibile passeggiare tra stupa e cappelle votive che racchiudono sinuose statue del Buddha (un Buddha disteso in bronzo, particolarmente bello, in perfetto stile laotiano, è conservato nella cappella rossa)

Sulla pagoda principale, nello stile tradizionale (che tradotto dignifica “bouquet di fiori del cielo”) è possibile ammirare i meravigliosi tetti spioventi adornati di draghi e lance ornate di parasole.

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Trascorrere almeno 3 mesi in monastero è una consuetudine del buddismo: molti ragazzi vestono la tonaca arancione per brevi periodi, spesso il pansaa, la quaresima buddista.


laos 

Luang Prabang è affascinante e delicato.
Costruita su una penisola tra due fiumi e affacciata ad un’ampia ansa del Mekong conta oggi circa 20.000 residenti.
Conosciuta un tempo come la città del Buddha d’oro venne saccheggiata e rasa al suolo nell’800 dalle bandiere nere, evasi dall’esercito cinese e ricostruita dai colonialisti francesi che la trasformarono in una piccola capitale dell’Indocina.

Fu proprio durante il colonialismo ad assumere l’aspetto attuale, quando il protettorato fece costruire dai propri architetti europei edifici in mattoni, prendendo a lavorare maestranze vietnamite che usarono materiali tipici cinesi.
Dalla commistione nacque il tanto apprezzato stile coloniale francese.

L’arte della tessitura (importata nell’800 da alcune famiglie cinesi) è ancora praticata in questa regione anche grazie allo sforzo di una Fondazione che ne tutela la salvaguardia.

I materiali utilizzati sono quelli che crescono naturalmente nel territorio come cotone biologico, seta e canapa indiana.
I tessuti tradizionali sono usati principalmente per i vestiti da cerimonia, matrimoni in generale.
Fino a pochi anni fa tutte le ragazze da marito erano tenute a tessere da sole la propria dote che consisteva in 40 cuscini da pavimento, 12 materassi, 2 lenzuola in lino e 2 tovaglie di seta.
Per la preparazione erano necessari 12 mesi: un lavoro lungo e preciso per mani esperte e veloci

Stanchi del turismo (pacatao) di cui Luang Prabang è sopraffatta, ci dirigiamo alla volta dei popoli delle montagne.
Destinazione Phongsali, una sorta di grande villaggio isolato in alto tra le montagne al confine con la Cina, in cui calma e tranquillità rappresentano i beni più preziosi della vita.

Non ci sono reti ferroviarie in Laos, quindi i nostri trasferimenti sono affidati tutti agli autobus locali.
Come su tutte le strade sterrate del mondo, lungo la strada che conduce a Phongsali vige la legge del più grosso. Camion e autobus quindi la fanno da padroni.

Un giovane trio di autisti poco più che maggiorenni si danno un gran da fare a guidare una malconcia corriera indiana che necessita di continue manutenzioni.
Per non perdere tempi i rabbocchi di acqua al radiatore vengono fatti al volo, nei rari trattai di strada pianeggiante. Teoricamente basterebbero 10 ore per raggiungere la nostra destinazione ma non è mai così. Durante il viaggio può capitare di tutto, ma disagi e ritardi sono accettati senza rimostranza, in nome della proverbiale serenità laotiana.
Lo staff dei meccanici sa perfettamente come risolvere ogni contrattempo: è bastato un filo di ferro e qualche elastico per risolvere un problema al cambio (o alla frizione non mi è stato molto chiaro).

La strada è in rifacimento e presto sarà asfaltata per opera di società cinesi, come la maggior parte delle strade in questa parte di Asia d’altronde.

Comincia a piovere quando inizia la discesa: gli autisti, con innate capacità rallystiche, hanno fretta di arrivare e si lanciano a tutta birra verso improbabili stradine fangose facendosi largo a suon di clacson (che invece quello non si rompe mai!) verso la viscida interminabile discesa che porta in fondo alla valle.

Arriviamo di sabato.
L’ufficio del turismo è chiuso quindi se vogliamo organizzare dei trekking dobbiamo come sempre adottare la tecnica dell’arraggiarsi.

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La vera difficoltà con popolazioni così arretrate è la comunicazione, così ci conducono da Joey, un giovanissimo ragazzo che sogna di diventare maestro e insegnare ai bambini dei villaggi più remoti.
Con Joey organizziamo un trekking fino alle piantagioni di the più alte (e forse anche antiche) del mondo

Con delle moto sgangherate percorriamo tratti di una lussureggiante foresta pluviale che si erpica per oltre 2500 mt di altezza. Un luogo di natura primordiale, dove interi villaggi vivono isolati in alto tra le montagne ai confini con la Cina.
Nessuna strada.

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In questi regioni settentrionale il tempo sembra essersi fermato.Sono così remote da essere state risparmiate persino ai bombardamenti.

Sotto una pioggia fitta ma leggera raccogliamo per circa 6 ore il the con le donne dell’etnia che non ricordo e lo portiamo al capo del villaggio che si occuperà della vendita.

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Le vecchie raccoglitrici sono stupite dalla mia incapacità al punto di riempirmi il sacco con il loro raccolto per non farmi sfigurare.
Mentre il capo villaggio controlla la qualità e pesa il nostro raccolto ci ospita per una tazza di the…
(quando si dice essere sul pezzo – ndr.)

Inutile dire che probabilmente siamo gli unici turisti e ciò desta una certa curiosità.
In questo posto, che non ha nemmeno un nome, non ci resta che osservare.

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Nel villaggio appare ancora ben radicata la suddivisione dei compiti maschili e femminili: così, mentre i bambini giocano con i loro rudimentali trottole, le bambine svolgono i lavori domestici, anche i più faticosi;
le donne indossano i costumi tradizionali e si adornano la testa e le braccia di monili fin da giovanissime.
Le più riconoscibili sono quelle delle tribù Aka, sfarzosamente agghindate con ingombranti copricapi, con complessi pendagli di maglie intrecciate e monete francesi del periodo coloniale e vecchie rupie indiane.

Qui la vita scorre senza fretta, in una tranquilla – fatalistica – esistenza che sembra non prevedere alcuna ansia per il futuro.
La vita inizia alle prime luci dell’alba, con le donne che si occupano dell’acqua e di preparare il riso glutinoso per la colazione e finisce al tramonto, con le sere nel villaggio che scorrono lunghe e monotone.

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Come ormai in quasi tutti gli angoli remoti del Pianeta, sono arrivati generatori e antenne satellitari.
E subito i giovani si sono adeguati alle mode dettate dalla TV iniziando quasi a vergognarsi dello stile di vita tradizionale e dai discordi dei loro vecchi. Difficile immaginare che la tradizione si perpetui anche nelle generazioni future, cresciute nel mito universale della tv.

Aspettando che spiova, attorno al fuoco della casa, Joey ci racconta i suoi sogni di maestro.Conosce l’inglese e lo vuole far imparare alla sua gente, per dare loro un futuro, soprattutto in vista dell’avvento cinese.

Gli raccontiamo di essere in viaggio di nozze. Gli si illuminano gli occhi, come solo ai puri può succedere, mentre ci racconta della sua fidanzata giù in città. E che sposerà. Prima o poi.
Ci insegna la canzone, inno di Phongsali, la città tra le nuvole.DSCN3193 2

Scorre come una fluida autostrada per oltre 450 km, il Nam Ho, l’unico fiume (letteralmente fiume a scodella di riso) completamente navigabile del Laos.
Scorre da Phongsali fino a Luang Prabang dove si immette nel grande Mekong la madre di tutte le acque.

Ogni giorno centinaia di lavoratori lo attraverso a bordo di lunghe piroghe motorizzate per svolgere le funzioni della vita quotidiana.
Ma la storia del Nam Ho sta ormai per conoscere la propria fine: società cinesi hanno vinto l’appalto per mettere sbarramenti e dighe lungo tutto il fiume. Serviranno a produrre energie elettrica per il vicino distretto cinese.
Le nuove strade e ponti serviranno alle nuove compagnie di taglio del legname sempre  cinesi di arrivare con i loro bulldozer. Presto tutto sarà radicalmente modificato.

Decidiamo però di ripartire alla volta di Vang Vieng in autobus.

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sul bus, siamo seduti sopra quintali di riso.

Se il viaggio in andata fu strepitoso, quello del ritorno si è rivelato decisamente inusuale.
A circa metà del tragitto, apparentemente senza motivo, il traffico si blocca.
E’ notte fonda e, conoscendo la proverbiale flemma laotiana, trovo giustificabile che l’autista si faccia un pisolino.
Ma dopo qualche ora, alle prime luci dell’alba, mentre tutti restano placidamente a sonnecchiare e mangiare, decido di capire cosa possa essere successo.
Mi dirigo verso la testa del convoglio di mezzi in attesa e … colpo di scena

Una frana ha bloccato la strada.

Quintali di terra rossa e viva sono riversati sulla strada. Ci vorranno ore e ore prima che i mezzi vengano a liberare il percorso.
Mentre gli altri passeggeri sembrano incuranti del ritardo e ciondolano la testa dicendo “big problem, big problem”

 

Convinco Davide a scavallare a piedi la frana e a fare l’autostop fino in paese.
Durante il passaggio vediamo degli insetti giganti da colori sgargianti: millepiedi blu elettrico e piccoli varani.
Sono incosciente.
Sono entusiasta.

Inizia l’ennesima avventura a bordo di cassoni di camion di beer lao (orgoglio nazionale), di SUV di diplomatici e pulmini a corta percorrenza.
Il nostro umore è alle stelle: passiamo per risaie desolate in cui nessuno sembra spezzarsi la schiena.
E di uomini (maschi) nemmeno l’ombra.

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Ci si apre davanti un paesaggio spettacolare: il fiume Nam Ho ha scolpito gli altopiani centrali del Laos con profonde vallate grotte e picchi di calcare. Falesie nere si specchiano in un’acqua cristallina.

Vang Vieng è il paese dei balocchi.
Tutto scorre lento all’insegno del divertimento.
Sopra grosse camere d’aria, si beve birra pollegiati, cullati dal lento moto del fiume. Questo è il tubing, lo sport nazionale.

Noleggiamo una moto per scoprire i dintorni: a poca distanza si trova il Tham Phu Kham una sorgente famosa per il colore dell’acqua, conosciuta come la laguna blu.

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La tranquillità della sorgente unità alla bellezza del paesaggio ne fanno un luogo mistico, sereno, orientale.

DSCN3232 Non a caso la vicina grotta di Tham Sang è uno dei luoghi di culto più cari per la gente di Vang Vieng. Iniziamo un viaggio senza mappa alla scoperta di tutte le grotte meno note, e con gran soddisfazione, posso dire di avere trovato dei luoghi incontaminati. Come la grotta del diamante, il cui colore rispecchia fedelmente il nome.

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Siamo a 3/4 del viaggio. Non ci resta che scoprire le meraviglie del Sud.
Se fino ad ora il Laos si è presentato lento, a sud tutto è praticamente immobile.

Un vecchio proverbio dell’Indocina recita:

i vietnamiti piantano il riso; i cambogiani lo guardano spuntare; i laotinai lo ascoltano crescere

Molti infatti sostengono che i laotiani siano il popolo più tranquillo e rilassato del mondo.
Lo scopriamo ben presto nel nostro tragitto verso le 4000 islands.

Sostiamo a Champasak che ospita il complesso religioso khmer del What Phu. Le guide lo paragonano ad una Angkor Wat in miniatura, ma della meraviglia cambogiana c’è rimasto ben poco.
Alcuni tempi sono stati restaurati anche grazie al contributo italiano. Misteri.

Nonostante Champasak non abbia nulla di memorabile a mio avviso, ci ha dato l’occasione di alloggiare in una meravigliosa guest house sul Mekong dove abbiamo conosciuto compagni di viaggio eccezionali, oggi amici;
ci ha permesso di annusare a pieni polmoni il profumo del frangipane, fiore simbolo del paese e … di bere il miglior caffè freddo con latte condensato di tutti i tempi.

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Si Phan Don, le 4000 isole disseminate lungo 50 km di Mekong, sono un luogo fresco e riposante in cui l’attività principale è quella di dondolarsi sulla amache sorseggiando una beer lao (orgoglio nazionale, ma forse l’ho già detto?)


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Qui, contrariamente alle aspettative, il turismo non manca e questo ha comportato un radicale cambiamento nella popolazione locale. (è possibile mangiare anche l’happy pizza, ndr).
L’isola principale è Dan Khong da cui partono i battelli per le escursioni alle cascate Li phi.

E’ ora di tornare.
Prima di partire frequento una seduta di walking meditation in un wat della capitale.

Abituarsi nuovamente ai ritmi italiani sarà dura questa volta.

Il Laos è uno dei paesi più poveri del mondo, agli ultimi posti per quanto riguarda il PIL e l’istruzione.
Il salario mensile di un lavoratore è di 350mila kip, circa 34 euro.
I ¾ della popolazione, quasi tutti contadini, vivono con poco più di un euro al giorno.

Pensiamo a questo e alla feroce avanzata dell’economia cinese mentre ci godiamo l’ultimo tramonto dal tetto del nostro hotel quando una brezza leggera si alza dal Mekong.

laos tramonto

Con l’inchino tipico laotiano – il nop –  ti ringraziamo per la tua incommensurabile bellezza.

laos. la mappa

https://mapsengine.google.com/map/edit?mid=zW8_-ZkEzaFI.k-d_wpGKIefg

laos. il foto-racconto

http://issuu.com/lararuzza/docs/laos/0

130 euro e milioni di sogni interroti

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“130 €” mi dice da dietro la penombra della guardiola una voce austera.
La guardo: occhi blu mare infossati in un volto ossuto, capelli neri stretti in uno chignon alla nuca. Mani sinuose si avvicinano al vetro per prendere con noncuranza il denaro.

Raccolgo la mia ricevuta e, turbata, me ne vado.
Ho appena sottoscritto un abbonamento nel parcheggio bene della Verona centro. Ogni sera torno a riprendere la macchina – che nemmeno vale il costo del canone giornaliero – e con entusiasmo sono accolta da musica trasmessa ad un volume accettabile.

Settimane di Čajkovskij, Asafyev, Vivaldi, che ravvivano il cuore, si intervallano ad altre di banali pezzi di musica pop che non cito per non creare antipatie.

Appurato quindi che la musica non è uno strumento di marketing sensoriale applicato dall’Azienda, decido di indagare sull’artefice di tale selezione.

Inconsapevolmente so che sto cercando quella donna misteriosa, affascinante al punto da non poter essere dimenticata.

Mi affaccio alla guardiola delle informazioni proprio in una delle sere in cui vigorosa e dominante impera l’Inverno di Vivaldi.

“Scusi, chi decide la musica da mettere al parcheggio?” chiedo con gentilezza.
“Io!” – risponde la stessa voce severa che mi sottoscrisse l’abbonamento. Con un guizzo elegante la donna si alza dalla sedia e si avvicina al vetro.

– Bella! – penso tra me e me mentre guardo quel fisico asciutto e proporzionato mortificato dietro la rigorosa divisa blu.

“Volevo solo complimentarmi” dico imbarazzata “Mi piace la musica classica, mi mette di buon umore!”

Sorride scettica mentre non riesco a nascondere la mia curiosità.
http://www.pinterest.com/pin/56787645275529008/Lei è Aurika, un’ex ballerina rumena che oggi all’età 50 anni e poco più, lavora come tuttofare al parcheggio.

Ha abbandonato la danza nell’ 89 dopo la caduta di Ceausescu, così come la Romania, il suo paese, per cercare un lavoro e mantenere la famiglia.

Studiava all’Accademia Nazionale di Bucarest. Lo Stato le garantiva la formazione ma, una volta giunta in Italia, l’età e la nazionalità annientarono anni di sacrifici a sanguinar sulle punte e di diplomi conseguiti.

Nessuno cerca o assume una vecchia ballerina.

“Ho scelto l’amore” rivela con un velo di rammarico “e sono rimasta in Italia. Se fossi andata in Germania magari … ” e malinconica fissa un punto lontano che non so vedere.

Aurika parla di arabesque e fouettès con una semplicità che incuriosisce, ricorda la sua Giselle e di non essere mai stata all’altezza di essere un Cigno del Lago.

Non ci credo. Parla con un accento musicale violento e greve, intervallato da consonanti sorde come la K, che sembrano frustare l’aria.

Aurika è leggera nel suo racconto; la immagino volteggiare sulle punte delle scarpette rosa, mentre lancia le gambe snelle in un grand jetè, affamata, nonostante il pasto energetico a base di pane e marmellata di prugne garantito dal regime.

Ogni sera mi basta sentire la musica per sapere se Aurika è di turno.
Quando c’è, apro la portiera con una sgraziata pirouètte, ricordando di quando anch’io, come tutte le bambine anni ’80, sognavo di diventare una ballerina… Fino all’avvento di Non è la Rai, dell’adolescenza e alla popolarità data dal cubo delle discoteche.

La vita cambia e così la danza.

(Galina Ulanova)

 

Mosca: una metropolitana da guiness

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Non dico nulla di originale nell’affermare che la metropolitana di Mosca è un susseguirsi di capolavori sotterranei, tali da attrarre visitatori da ogni parte del mondo.

Un totale di 206 stazioni suddivise in 14 linee contraddistinte per colore, percorrono oltre 350 km di rotaie che ogni giorno ospitano oltre 6 milioni di viaggiatori.

Un brulicante via-vai di vite umane che attraversa Mosca dalle viscere, spostandosi da un capo all’altro sfilando tra i capolavori del realismo socialista fatti di mosaici, bassorilievi e statue in bronzo a memoria del popolo sovietico e dei personaggi storici.

Secondo una leggenda, la linea circolare venne disegnata dalla macchia lasciata da una tazza di caffè posata casualmente da Stalin sulla mappa della città.

Dato che l’area copriva esattamente il centro cittadino, Stalin ordinò di realizzare su quel tracciato l’attuale linea marrone, che non a caso fu scelto come colore per identificarla.

 

scarica la mappa della metro di Mosca qui

La profondità è davvero impressionante: la stazione più profonda raggiunge 84 mt di profondità (Park Pobedy) collegata con scale mobili che superano i 126 metri di lunghezza.

Le scale mobili di Mosca, in effetti, sono le più ripide che io abbia mai visto.metropolitana scale

L’unica fermata più profonda di questa in Russia si trova a San Pietroburgo: gli 86 mt. di Admiralteyskaya.

Delle 44 stazioni dichiarate patrimonio dell’Unesco cito quelle, a mio parere, più belle.

Ah, le foto non sono mie, le ho prese da triprussia (solo poche tra quelle che ho scattate sono degne di essere pubblicate)

Le stazioni di Mosca, un museo sotterraneo

  • Ploshad Revoluzii: ogni arco conta sculture a grandezza naturale raffigurante il popolo russo. Toccare il muso del cane porta fortuna, si dice, ma abbiamo visto gente accarezzare un pò tutti gli animali raffigurati

  • Konsomolskaya: soffitto floreale decorato e personaggi della guerra

  • Novoslobodskaya: vetrate colorate e un grande mosaico raffigurante la pace nel mondo

  • Belorusskaya i pannelli sul soffitto raffigurano usi e costumi della Bielorussia. Da questa stazione si raggiunge con aeroexpress l’aereoporto Sheremetevo

  • l’atmosfera barocca di Arbatskaya
  • Kievskaya per l’eleganza del tripudio di marmo bianco e raffinate decorazioni.
  • Park Pobedy la più profonda delle stazioni di Mosca
  • Mayakovskaya trasformata in rifugio anti-aereo nella Seconda Guerra Mondiale (Grande Guerra Pattriottica per i russi) dove oltre 500mila moscoviti vi si rifugiarono.
  • Prospekt Mira le cui decorazioni raffigurano scene dell’agricoltura russa.
  • Kropotkinskaya da citare perchè, ogni anno il 15 maggio, la stazione ospita concerti notturni. La scelta è ricaduta proprio la qualità acustica perfetta

Metropolitana Misteriosa

Si narra che dal Cremlino, in caso di attacco atomico partivano 3 linee segerete – dette Metro 2 – dirette verso le basi militari di Podolsk, Checov ei Vnukovo, per permettere a Stalin al Soviet Supremo di essere evacuati.

Tutti a Mosca ne conoscono l’esistenza, ma nessuno effettivamente le ha mai viste.

Esistono poi alcune stazioni che godono di pessima fama:

  • Sokol, ad esempio fu costruita sul luogo di sepoltura dei militari morti durante la Grande Guerra.

Si dice che qui si avverta un odore strano e nauseabondo e i macchinisti tendono a superare la stazione al massimo della velocità.

Una leggenda inoltre racconta che sulla linea marrone, una volta al mese a mezzanotte, giri un treno vuoto che racchiude le anime dei detenuti-costruttori della metropolitana morti durante la sua costruzione.

Vederlo porta male e salirci è … ovviamente mortale.

Curiosità

Entro il 2020 è prevista la realizzazione di altre 60 stazioni metro, per un totale di ulteriori 160 km di lunghezza!

Informazioni pratiche

I biglietti si acquistano presso le casse automatiche o dal personale alla cassa (Kacca).

Puoi acquistare il biglietto singolo oppure il carnet elettronico che può tranquillamente essere condiviso con chi viaggia con voi (il lettore ottico scala i viaggi effettuati).

Le indicazioni sono esclusivamente in russo, ma ve ne avevamo già parlato.

I treni passano ogni minuto: non ha senso correre per accaparrarsi la prima corsa :)